I disperati del fascismo

La caduta di Mussolini, l’armistizio e la guerra civile furono la culla e la tomba della Sicherheits Abteilung che si costituì in “polizia speciale” verso la fine del 1943 quando le contingenze storiche che ne favorirono la nascita già contenevano le premesse della sua fine

di DAVIDE TINININI


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Broni: la Sicherheits schierata sulla pubblica piazza si prepara per un’operazione

“Sicherheits” non è soltanto il titolo del primo libro di Marco Bonacossa, pubblicato da effigie edizioni e giunto alla sua seconda edizione in pochi mesi, ma fu anche il nome della “polizia speciale”, cioè di una banda di assassini nazifascisti, composta esclusivamente da italiani che, tra la fine del 1943 e l’aprile del ’45, imperversarono nell’Oltrepò pavese seminandovi l’inferno: stupri, rastrellamenti, incendi, esecuzioni sommarie, pestaggi, torture. Il primo comandante della Sicherheits fu il colonnello Guido Alberto Alfieri. Si arruolò come Legionario a Fiume nel 1921, partecipò alla marcia su Roma e combatté come volontario fascista sia in Etiopia che in Spagna. La sua audacia venne premiata con sette medaglie al valor militare. Eppure non gli fu sufficiente.

Perchè questo del “soldato” coraggioso era uno dei due volti di Guido Alfieri. Ma poi ce n’era anche un altro che gli faceva da contrappunto. Incredibile a dirsi, quest’uomo portato in palmo di mano dal Regime per aver contribuito alla costituzione dell’Impero d’Etiopia e alla vittoria di Franco, si era mostrato, in un momento chiave della sua vita, un perfetto coglione.

Nella notte del 23 giugno 1944, sulla strada delle Piane di Varzi, ci fu un conflitto a fuoco. Alfieri rimediò due pallottole nel ventre e un suo avversario ebbe il femore fratturato da una fucilata. Sei giorni dopo Alfieri morì ma prima di passare a miglior vita disse che i partigiani gli avevano teso un’imboscata. Ma la storia dell’imboscata era falsa e “le parti interessate” ovviamente fecero di tutto per insabbiarla: quella notte ci fu una sparatoria tra fascisti appartenenti a due diverse milizie; il comandante della Sicherheits Abteilung e il figlio di un colonnello della Guardia Nazionale Repubblicana si erano sparati mortalmente addosso perché sprovvisti della parola d’ordine…

La Sicherheits tentò di risollevare le sorti del fascismo ormai schiacciato dal peso di tre date storicamente problematiche:  il 25 luglio 1943 (sfiducia a Mussolini da parte del Gran Consiglio); l’8 settembre (firma dell’armistizio che sancì la frattura militare tra Italia e Germania), e il 23 settembre (instaurazione della Repubblica Sociale Italiana). L’universo di riferimento della Sicherheits stava per crollare e le loro azioni rappresentarono l’estremo tentativo di riportare le cose allo statu quo ante sebbene tutti percepissero, parti in causa comprese, che Mussolini era ormai giunto all’epilogo e il Führer stava solo prolungando l’inizio della sua fine.  

“Povera Italia – disse l’ambasciatore Guglielmo Imperiali di Francavilla alla vigilia dell’8 settembre – non può fare la guerra, e non può fare la pace”. E non potendo fare né l’una, né l’altra, la “povera Italia”, fu costretta a fare entrambe le cose. L’armistizio rese ancor più folle una guerra che era già folle di suo. Saltarono le vecchie alleanze e repentinamente se ne formarono di nuove: gli anglo-americani, cioè i nostri vecchi nemici, diventarono i nostri nuovi alleati, e i nazisti, cioè i nostri vecchi alleati, diventarono i nostri nuovi nemici. Il giro di valzer non piacque a nessuno: né paradossalmente agli anglo-americani, che divennero i nostri sospettosi alleati; né ovviamente a Hitler, che ci fece patire gli effetti della sua spietata rappresaglia; né agli squadristi della Sicherheits che la intensificarono dando la caccia alle formazioni partigiane, denunciando gli antifascisti e favorendo gli spostamenti delle truppe d’invasione tedesche. Fu così che “la povera Italia” sprofondò nelle sabbie mobili della guerra civile. Ci fu quella del Regno del Sud contro la Repubblica di Salò; ci fu quella degli antifascisti contro altri antifascisti (eccidio di Porzȗs) e ci fu quella degli antifascisti contro i fascisti. Fu in questo scenario da disfatta annunciata che entrarono in scena i “disperati del fascismo”, i “tutori del caos”, i “soldati del Terzo Reich”, insomma, quelli della Sicherheits Abteilung: gentaglia tutta italiana che, per i motivi che abbiamo già riferito, torturarono senza pietà altri italiani.

Alla fine del 1944, i muri del castello di Cicognola assistettero allo scempio  dei partigiani Battista Longhi e Giuseppe Barbieri. I loro volti, le mani ed altre parti del corpo furono torturati con punte di ferro arroventate; i polsi e il torace furono legati con forza per rallentare il flusso sanguigno; le teste furono cinte da un cerchio di ferro dotato di un meccanismo collegato ad una vite: bastava girarla con cinica accortezza e il cerchio stringeva senza uccidere; il dolore procurato ai due prigionieri si sommava a quello inflitto loro da una postura che prevedeva una forzata retroflessione della schiena fino a che la testa e i piedi costituissero gli estremi di un arco umano in tensione attraversato da una corda che, legata attorno alle caviglie e al collo, mantenesse la forma di quel mostruoso semicerchio. Battista e Giuseppe furono lasciati, così sconciati e agonizzanti, sul freddo pavimento della cella fino a quando “la terribile notte non calò per loro come un secondo deserto sul deserto”. Per Battista e Giuseppe sarebbe stato meglio che non rivedessero mai più la luce del sole. Insomma: nun aveva a passà a nuttata. Ma ’a nuttata passò. E passò male perché gli aguzzini fino all’alba “li colpirono a turno con una spada che poi deponevano in un angolo. Il sangue sgorgava dai loro corpi e scorreva sul pavimento. Il mattino seguente, gli scherani li gettarono, così legati, nel pozzo antistante”.

Questo, e non solo questo, fu ciò che fece la Sicherheits. Marco Bonacossa ne ricostruisce la storia senza pregiudizi ideologici, senza retorica, e facendo parlare i fatti. Noi ci auguriamo che siano proprio quei fatti a diffondere “un messaggio – come scrisse Primo Levi – non nuovo nella storia, ma troppo spesso dimenticato: che l’uomo è, e deve essere, sacro all’uomo, dovunque e sempre”.

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2 commenti

  1. Franz

     /  8 aprile 2017

    Ma solo io ho letto una marea di fatti mistificati da un editore pro-immigrazionista oppure anche altri?

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    • Non vedo nessuna relazione tra un editore “pro-immigrazionista”, come lo definisce lei, e “una marea di fatti mistificati”. Manca la dimostrazione della presunta mistificazione. Se le chiedo quali sono i fatti mistificati, me lo dice?

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